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Quando la preoccupazione per la propria immagine diventa un’ossessione

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Il disturbo di dismorfismo corporeo o dismorfofobia

A causa del contesto sociale contemporaneo che quotidianamente ci riempie di modelli estetici spesso irrealistici e irraggiungibili, sono in aumento le persone che soffrono del disturbo dì dismorfismo corporeo o dismorfofobia.

Di fronte ad una esagerata attenzione a dettagli trascurabili del proprio aspetto ed al ripetuto ricorso a trattamenti estetici o interventi chirurgici più o meno invasivi, la probabilità che sia presente un disturbo di dismorfismo corporeo è molto elevata.

Il disturbo di dismorfismo corporeo è caratterizzato da incessanti preoccupazioni inerenti il proprio aspetto fisico, focalizzato su vere o presunte anomalie, di entità trascurabile o tale da rendere sproporzionate le lamentele. Le preoccupazioni possono riguardare praticamente ogni aspetto del corpo: difetti lievi o immaginari del volto, i capelli

più o meno folti, la sudorazione, la forma o le dimensioni del naso, delle orecchie, delle sopracciglia, delle labbra, del seno, dei glutei, dei genitali ecc, tutte caratteristiche attraverso le quali i pazienti sentono di essere terribilmente brutti. Le preoccupazioni sono intrusive, indesiderate, consumano tempo (verificandosi in media, per 3-8 ore al giorno) ed è di solito difficile resistervi o controllarle, chi soffre del disturbo da dismorfismo corporeo dedica la maggior parte del proprio tempo a pensare al supposto “difetto”, prova sentimenti di vergogna ed è convinto che tutti prestino attenzione proprio a tale difetto, pensando di essere derisi o compatiti, tendono a occultare o nasconderlo con stratagemmi, riducono o evitano le situazioni dove potrebbero essere osservati e così compromettono la vita affettiva, sociale e lavorativa. Solitamente cercano attivamente soluzioni mediche o interventi chirurgici per “correggere” i supposti difetti. Va però sottolineato che il dismorfismo corporeo è un disturbo e si manifesta indipendentemente dal trattamento estetico nella maggior parte dei casi, infatti

di solito il paziente con dismorfismo quando “risolve” un difetto (o presunto tale) tende ad individuarne subito uno nuovo e così via. Sebbene sia fondamentale il controllo psicologico prima del trattamento molti pazienti rifiutano la consulenza. In questi casi è rischioso operare su di essi perché le loro aspettative per la chirurgia sono spesso irrealistiche e spesso restano insoddisfatti per i risultati e quindi allo stesso tempo tendono ad intensificare i loro lamenti e portare rancore anche verso il medico, ritenuto responsabile della loro insofìddisfaznone. Questo perché il reale difetto dei soggetti è emotivo e psicologico nel senso che gli individui con il disturbo da dismorfismo corporeo raramente sono pienamente soddisfatti per i risultati chirurgici. La chirurgia estetica può quindi avere un esito contrario perché può scatenare aggressioni sfrenate in risposta al trattamento e molto spesso anche il dottore diventa la vittima della rabbia del paziente.

Nei disturbi dismorfofobici il corpo diventa il mezzo privilegiato per inviare messaggi di dolore psichico: il linguaggio corporeo esprime emozioni represse, celate. L’apparente inadeguatezza estetica rivela cioè una problematica psichica, che riguarda caratteristiche che poco o nulla hanno a che vedere con l’aspetto. Educati fin da piccoli a ottenere l’approvazione degli altri, a soddisfare aspettative che provengono dall’esterno, possiamo sentirci costretti a soddisfare certi standard di comportamento, e così finiamo per allontanarci

dalla nostra identità originaria abbracciandone una di massa, fittizia. Il perfezionismo implicito in simili percorsi, che induce la persona a pretendere da sé stessa il raggiungimento di standard impossibili da perseguire, trascina in un pozzo di autosvalutazione ogni volta che la meta non viene raggiunta. 

Disturbo da desiderio sessuale ipoattivo maschile

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Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è stato nuovamente introdotto per gli uomini, nel DSM-III- R chiamato inibizione del desiderio sessuale e nel DSM-IV era stato suddiviso in desiderio sessuale ipoattivo e disturbo da avversione sessuale; quest’ultimo è stato cancellato dal DSM-5.

La maggior attenzione data al desiderio sessuale maschile negli ultimi anni ha portato a riconoscere come categoria diagnostica nel DSM-5 Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo maschile (Hypoactive sexual desire disorde – HSDD), definendolo come una persistente o ricorrente insufficienza o assenza di pensieri o fantasie sessuali, erotiche e di desiderio di attività sessuale.

È interessante sottolineare come questo disturbo, considerato storicamente femminile, sia attualmente incrementato in maniera significativa negli uomini. Il problema del basso desiderio sessuale negli uomini è stato molto trascurato nelle ricerche epidemiologiche, anche se è frequente nella pratica clinica.

Partendo da un’accurata anamnesi sessuologica che permetta la diagnosi differenziale, va verificata la possibile presenza di malattie sistemiche e ormonali che possano alterare la percezione del desiderio sessuale, per concludere con una valutazione sierologica dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi e dove indicato, della funzione tiroidea. Tra le malattie croniche sistemiche vanno ricordate le epatopatie croniche, le insufficienze renali, le patologie ematiche gravi e le affezioni neoplastiche in genere.

Attualmente l’interesse per il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo maschile sta aumentando, soprattutto per quel che riguarda le sue cause e i suoi possibili trattamenti. Per quanto concerne le ipotesi eziologiche, molta attenzione è stata data alla componente biologica, ovvero a quella ormonale; infatti si parla di ipogonadismo come principale causa del disturbo sessuale ipoattivo maschile.

È vero che la componente ormonale gioca un ruolo molto importante nel desiderio sessuale maschile, ma dalla letteratura emerge l’esigenza di considerare anche le altre componenti implicate nell’insorgenza o nel mantenimento del disturbo, utilizzando perciò un approccio biopsicosociale. Un basso desiderio sessuale può incidere sulle altre fasi della risposta sessuale, causando difficoltà; può accadere, perciò, che richieste d’aiuto intraprese per altre disfunzioni sessuali (disfunzione rettile, eiaculazione precoce o ritardata) nascondano un disturbo nell’area del desiderio che, se non indagata correttamente, può restare celato.

Le ricerche riguardo gli uomini, infatti, hanno sempre attribuito ai fattori biologici un ruolo predominante, riducendo drasticamente l’importanza della sfera emotiva e di tutto ciò che adesso fosse correlato.

È stato quindi proposto un nuovo modello per lo studio del desiderio maschile, che non si riduce a una risposta immediata a stimoli erotici mediata esclusivamente dalla presenza degli ormoni, ma all’influenza sul desiderio percepito in numerosi aspetti (età, presenza di problematiche di natura medica o psicologica, grado di soddisfazione di coppia, esistenza di credenze erronee riguardo al sesso e utilizzo di pensieri distraenti durante i rapporti).

Il risultato interessante che emerge sta nel ruolo fondamentale che ricoprono sia la dimensione cognitiva che emotiva. In uomini con disturbo da desiderio sessuale ipoattivo si riscontra una mancanza di fantasie erotiche, nonchè la presenza di pensieri negativi come preoccupazioni sulla performance (sull’erezione) ed emozioni negative come tristezza e vergogna. L’attivazione di pensieri ed emozioni negative durante l’attività sessuale può portare a non prestare attenzione agli stimoli sessuali e, di conseguenza, a non percepire desiderio o eccitazione.

Stati mentali superiori possono determinare una espressione dei geni più sana?

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In Giappone è stato condotto uno studio per scoprire l’effetto che potrebbe esercitare lo stato mentale di una persona sulla malattia.

Vennero creati due gruppi di pazienti con due tipologie di diabete; tutti quanti, comunque, avevano sviluppato dipendenza da insulina.

Occorre tenere presente che la maggior parte dei diabetici viene curata con l’insulina per rimuovere lo zucchero (glucosio) dal sangue e depositarlo nelle cellule dove può essere sfruttato nella produzione di energia. Nel periodo in cui venne effettuato questo studio, i pazienti coinvolti assumevano compresse o iniezioni di insulina per tenere sotto controllo gli elevati livelli di zucchero nel sangue.

A ciascun gruppo fu misurato il livello di zucchero nel sangue a digiuno per stabilire un valore di base. Poi, per un’ora, un gruppo vide uno spettacolo comico mentre quello di controllo assistette a una noiosa conferenza. Successivamente tutti i soggetti mangiarono un pranzo delizioso, dopo il quale furono nuovamente rilevati i livelli di glucosio nel sangue.

Fu registrata una sensibile discrepanza tra i pazienti che avevano visto lo spettacolo comico e quelli che invece parteciparono alla conferenza monotona. In media, questi ultimi ebbero un innalzamento dei livelli di glucosio nel sangue fino a 123 mg/dl, ovvero quanto bastava per aver bisogno di assumere una dose di insulina e tenersi alla larga dalla zona di pericolo. Nel gruppo “allegro”, che aveva riso per un’ora, i valori di zucchero nel sangue dopo la cena si alzarono della metà (appena fuori il livello normale).

Inizialmente, i ricercatori pensarono che i soggetti allegri avessero abbassato i livelli di glucosio perché, ridendo, avevano contratto gli addominali e il diaframma. Spiegarono che, quando un muscolo si contrae, usa energia e l’energia in circolo nel sangue è proprio il glucosio.

Ma la ricerca andò oltre.

Esaminarono la sequenza genetica degli individui allegri e scoprirono che questi diabetici avevano alterato 23 espressioni genetiche diverse semplicemente ridendo durante lo spettacolo comico a cui avevano assistito. Il loro stato mentale elevato apparentemente aveva attivato il cervello affinché inviasse nuovi segnali alle cellule, che a loro volta avevano dato il via ad alcune variazioni genetiche, permettendo spontaneamente al corpo di iniziare a regolare i geni responsabili dell’elaborazione dello zucchero nel sangue. Questo studio dimostra chiaramente che le emozioni sono in grado di accendere alcune sequenze genetiche e di spegnerne altre. Già solo istruendo il corpo tramite l’invio di una nuova emozione, i soggetti che avevano riso alterarono il loro stato chimico interno andando anche a modificare l’espressione dei geni.

Certe volte un cambiamento nell’espressione genetica può essere repentino e radicale. Pensate a quelle persone a cui sono venuti i capelli bianchi nel giro di una notte a causa di un forte stress. E’ un esempio dell’azione dei geni. Evidentemente questi soggetti hanno provato una reazione emotiva talmente forte che la chimica alterata del corpo avrebbe acceso il gene per l’espressione dei capelli bianchi spegnendo del tutto, e nel giro di poche ore, l’espressione del colore normale. Hanno inviato segnali a nuovi geni in modi nuovi alterando emotivamente e quindi chimicamente, il loro ambiente interno.

 

Dr. Antonello Melis
Psicologo – Psicoterapeuta
Milano – Cagliari

Tel. + 39 320 2691668

info@antonellomelis.it

Psiche e Dieta

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Una sola corsa. Vi voglio raccontare una storia, non tutta insieme ovviamente. Sarà la storia di un ragazzo che incontra una ragazza; i due si innamorano; il ragazzo perde la ragazza; Il ragazzo (e a volte anche la ragazza) sta la malissimo per quasi tutta la storia; il resto… lo costruiremo strada facendo, come diceva la famosa canzone di Claudio Baglioni. Si ritroveranno finalmente? Si sposeranno? Oppure entrambi prenderanno strade differenti? Potrete partecipare commentando, dando consigli se lo riterrete opportuno. Insomma correremo insieme.

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Il linguaggio del corpo

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Imparare a leggere il linguaggio del corpo delle persone tramite gesti e espressioni facciali e altri movimenti del corpo, significa ottenere oltre il 55% delle informazioni senza alcuna comunicazione verbale permettendovi di leggere le persone come se fossero un libro aperto.

Chiudere gli occhi mentre si parla. Se la persona con cui state parlando chiude spesso gli occhi questo rivela l’inconscia necessità di nascondersi dal mondo esterno. ciò non significa che la persona ha paura di voi, ma in quel momento questo atteggiamento rivela di aver poca voglia di comunicare con voi.

Coprirsi la bocca. Questo è un gesto che usavamo spesso fare quando eravamo piccoli, per tapparci la bocca e non dire cose che non volevamo. le dita o l’intera mano vicino alla bocca aiutano a trattenere le parole che non vogliamo fare uscire. A volte questo viene anche mascherato da tosse fasulla.

 

Mordere l’asta degli occhiali. Le persone che hanno l’abitudine di mordere l’asta degli occhiali vivono in qualche modo una preoccupazione inconscia, mordere gli occhiali o una matita, fumare una sigaretta o masticare un chewing gum fa sentire una persona al sicuro come quando si veniva allattati al seno materno.

 

Mettere in evidenza il viso. In generale questo atteggiamento usato per attirare persone del sesso opposto. Il mento posto sulle mani e come una sorta di presentazione del volto, come per dire “eccomi sono qui” “guardami quanto vuoi”

Sfregare il mento. Questo è quello che si tende a fare quando si sta cercando di prendere una decisione, normalmente lo sguardo tende ad essere perso nel vuoto perché si sta pensando in modo profondo.

 

Le braccia incrociate. Questo è senza dubbio uno dei gesti più comuni, molte persone si sentono a proprio agio in questa posizione perché fungono da barriera protettiva. Spesso usiamo questo getto quando siamo irritati da qualcosa. Le braccia incrociate sono un chiaro segnale che la persona non è completamente a proprio agio.

Oscillare dai talloni alle dita dei piedi. Questo movimento rivela ansietà, tuttavia se una persona non oscilla avanti e indietro ma si alza su e giù sulla punta dei piedi potrebbe essere un segnale di sicurezza, soprattutto se sono felici e sorridenti.

 

Sfregarsi le mani (quando non si ha freddo). Generalmente significa che la persona ha un’attitudine positiva nei confronti di qualcosa o sperano in qualcosa. Usiamo fare questo gesto quando si pensa a dei risultati positivi che si potrebbero raggiungere a breve.

 

La stretta di mano a due mani. Se durante una stretta di mano l’altra persona aggiunge alla stretta anche la mano libera significa che quella persona sta dimostrando di essere un amico fidato. Questo tipo di stretta però potrebbe anche essere interpretato come un’invasione della privacy. Questo gesto è molto usato dai politici, ma solo le persone che si conoscono bene potrebbero essere sincere.

 

Stringersi la mano e toccare la spalla, il gomito o il braccio con la mano libera. Questo gesto sta a significare che la persona che vi sta toccando con la mano libera non riceve abbastanza attenzione dagli altri ed ha bisogno di compagnia.

 

Una stretta di mano con palmo rivolto verso il basso o verso l’alto. Una persona che tende la mano con la palma rivolta verso il basso sta dimostrando la sua superiorità e potenza. Se invece al contrario una persona vi tende la mano con il palmo verso l’alto potrebbe essere un segno che quella persona è pronta ad aiutarvi.

 

Sistemarsi la cravatta. Il significato di questo geste dipende dalle situazioni. Se un uomo si sistema la cravatta davanti a una donna attraente sta a significare che probabilmente è attratto da lei.Questogesto potrebbeanchesignificarechequellapersona non si sente a proprio agio.

 

Evitare il contatto visivo. In generale se una persona evita il vostro sguardo potrebbe essere un segnale di disonestà, ma potrebbe anche essere un segnale di forte disagio. Spesso si evita il contatto visivo anche quando si eseguono calcoli mentali o si sta cercando una risposta a una domanda difficile.

 

Sbattere spesso le palpebre. In media una persona sbatte le palpebre da 6 a 10 volte al minuto, ma se la frequenza è maggiore ci potrebbero essere buone probabilità che si è attratti dalla persona con cui si dialoga.

 

Dr. Antonello Melis
Psicologo • Psicoterapeuta
Cagliari

Tel. + 39 320 2691668

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Come vivere felici facendo quello che ti piace

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Oggigiorno, soprattutto tra i più giovani, si pensa che per vivere bene bisogna diventare uno youtuber, un influencer o un imprenditore capace di fare milioni. Girare in Lamborghini con vestiti di lusso e sfoggiare una vita da uomini di successo del XXI secolo. Non si può nascondere che questa visione del proprio futuro sia una visione appetibile a tutti.

Un giorno si presentò nel mio studio di Milano un giovane ragazzo, Mattia, che aveva avuto il mio contatto da una pubblicitaria che seguii come Mental coach. Dopo un breve scambio di battute sulla piantagione di banane che da poco era stata installata nella adiacente piazza Duomo mi disse: Io voglio diventare ricco. Pure io, risposi ironizzando, per quello le faccio pagare tanto la mia consulenza.  

Mattia era uno dei tanti giovani che guardano i video sui social e cominciano a cercare le varie opportunità per fare i soldi, fino a sognare di diventare il prossimo uomo di successo di turno. 

Mi racconta che le ha provate davvero tutte, cominciò con il network marketing, poi apri un blog, poi un altro, poi apri una ditta e poi un’altra, poi partì per l’estero, fino al giorno in cui per fortuna decise di fermarsi e toccare il suolo e iniziare a confrontarsi con la realtà delle cose. 

Con Mattia siamo scesi in profondità per conoscere bene tutte quelle persone di successo che vedeva on-line. Si accorse di una cosa che prima gli era sfuggita. Tutti questi personaggi avevano lavorato per decenni nell’anonimato rinchiusi nelle loro stanze o in uffici fetidi, sudando giorno e notte per partorire idee su idee, per far partire business che poi fallivano miseramente oppure facendo video che nessuno guardava. Fallendo e ricominciando, cadendo e rialzandosi. 

Il percorso di consapevolezza lo aiutò a realizzare una cosa molto importante che in seguito fu quello che oggi gli consente di vivere facendo quello che gli piace mentre gira il mondo e vive ogni giorno con passione e coinvolgimento. Quello che capì fu una cosa molto semplice, tutti questi uomini e donne non lavoravano per i soldi, non lavoravano per diventare ricchi e smettere di lavorare, loro lavoravano perché il lavoro era la loro vita. 

In un’intervista su Finance, la giornalista chiese a Bill Gates, se quando era piccolo pensava ai soldi o gli interessava solo la tecnologia, lui rispose: “mi piacevano soprattutto i software, mi ricordo che alla scuola privata c’erano altri bambini con famiglie più ricche, avevano la Porsche o cose simili, ma non era così importante, la mia fissa era fare software, mi piaceva assumere persone e sono rimasto sbalordito quando è diventata così di valore”.

L’obiettivo della maggior parte della popolazione su questo pianeta è quello di diventare ricchi per non dover fare più niente e godersi la vita. Quello che non viene compreso è che la vita è proprio il contrario.  Tutti quegli uomini e donne che oggi vivono nell’ abbondanza materiale devono i loro successi ad una sola cosa, aver seguito i propri sogni. 

Ognuna di queste persone ha puntato tutto su sé stessa, investendo il proprio tempo ed i propri denari in qualcosa che gli faceva sentire bene. E allo stesso tempo copriva un bisogno della società che li circondava. Hanno cominciato ad esprimere sé stessi ed i propri talenti le proprie qualità con i metodi e gli strumenti a disposizione, fallendo e riprovando, fino a trovare la quadra che funzionava. 

Questo è quello che è successo anche a me, seppure io non mi ritengo una persona ricca materialmente. Ma questo è un altro mito da sfatare, crediamo che diventare ricchi risolva tutti i nostri problemi, ma non ci accorgiamo di una cosa: quello che conta più di tutto è come ci sentiamo dentro, come ci svegliamo la mattina e con quale stato d’animo passiamo le nostre giornate. 

Immagina un mafioso o uno spacciatore a larga scala, possono dire di essere persone ricche. Ma secondo te vivono una vita serena mentre si nascondono? Io penso proprio di no. La cosa che conta di più è come ti senti dentro. Poi c’è da dire un’altra cosa estremamente importante, la ricchezza materiale, il tuo conto in banca è solo una conseguenza di come ti senti al tuo interno. Se vivi nell’ansia e nella depressione cercando sempre alla prossima occasione di fare un po’ di soldi, vivrai una vita d’inferno. 

Anche se riuscirai a tirare sù qualche euro. Al contrario un uomo centrato, sicuro, sereno esprimerà i propri talenti e qualità nel mondo e per la legge di risonanza attrarrà a sé il denaro di cui avrà bisogno, in ogni frangente della propria vita. Il denaro è una conseguenza non un obiettivo. Colui che decide di puntare su sé stesso, sulla propria crescita nutrendo quella parte di sé che sente essere vera e autentica, troverà la strada per essere di aiuto al mondo e di conseguenza il mondo lo ripagherà con le giuste ricchezze, in base agli obiettivi ed alla visione che questa persona ha del suo futuro. 

Perciò non contare ad avere lo yacht, la Ferrari o la casa ad Hollywood, punta piuttosto a diventare te stesso, a scoprire chi sei veramente ed a nutrire quello che in te funziona. Tu sei un figlio dell’universo come tutti e hai tutti gli strumenti necessari per cominciare questo percorso. Il problema è che fin da quando sei nato ti hanno fatto credere di essere solamente un’altra pedina un’altra pecorella del gregge per cui tu se pure il mio discorso ti risuona, e lo so che ti risuona, continuerai a vivere la tua vita allo stesso modo con gli stessi schemi di sempre. 

Ecco sono proprio questi schemi che ti bloccano, che ti limitano, e ti fanno trascorrere le tue giornate da verme, strisciando sul lavoro, con gli amici e nella coppia. Il tuo compito, se veramente hai intenzione di vivere questa vita a pieno, è quello di investire su te stesso, eliminando tutte le convinzioni che ti sei creato riguardo al mondo che ti circonda, ma soprattutto riguardo a te stesso. Trasforma le tue paure in energia utile a trasformare te stesso, comincia da oggi a fare quello che ti piace fare. Fallo dopo il lavoro, la scuola, la sera, invece di seguire i programmi demenziali in televisione, apri un libro, scrivi, disegna, balla, canta, progetta. Insomma esprimi te stesso nella maniera che più ti piace qualunque essa sia. Non far finta di non sentire quella voce dentro di te che ti supplica a reagire. Quella è la voce più importante da ascoltare, invece delle voci della gente che continua a dirti che non vali, che sei stupido o che non sei capace. Non vedi come tutti cercano di tenerti nel gregge?  

Sono tutti impauriti, terrorizzati, ed ansiosi in una società di morti viventi, di impiegati succubi che non fanno altro che proiettare le loro paura su di te. Tu non sei quella roba lì, comincia oggi non perdere altro tempo, fai ciò che ti piace e vedrai che col tempo quella cosa crescerà, evolverà e maturerà donandoti il successo che ti meriti.  

Felici senza fatica 

Lungo la vita, ogni giorno, apprendiamo nuove lezioni, la maggior parte delle volte però queste lezioni sono prese a caro prezzo. Abbiamo imparato a valutare meglio i nostri collaboratori dopo un fallimento di un progetto, abbiamo imparato a parlare poco di noi stessi, abbiamo imparato a limitarci nei nostri vizi per le conseguenze che hanno portato al nostro corpo. Insomma le strigliate della vita ci hanno aiutato a capirne il funzionamento. 

Ma c’è un altro modo di migliorare la propria vita e cioè farlo consapevolmente, perciò cominciamo a lavorare su noi stessi, leggiamo, studiamo leggiamo articoli come questo per agire consapevolmente su noi stessi, cambiando il nostro modo di vedere le cose. Ma sappiamo benissimo entrambi che all’inizio è dura come il ferro, questo perché siamo frenati delle reazioni della nostra personalità inconscia.

Come dice la parola stessa, lavorare su di sé implica uno sforzo, una parte dolorosa, una fatica, del sudore, altrimenti non si chiamerebbe lavoro, si chiamerebbe la vacanza su di sé. Ma perché è uno sforzo? Quale sarà mai il motivo? Per rispondere a questa domanda dobbiamo comprendere chi sia colui che lavora su di sé, chi è il soggetto del lavoro su di sé. 

Colui che lavora su di sé è il nostro “Io”, vale a dire la nostra personalità. Colui che noi identifichiamo come “io sono”, ciò sta a significare che il grado di frammentazione della nostra personalità coincide con il grado di fatica che dovremmo provare. Perciò se non ci conosciamo affatto, se siamo pensati dalla nostra mente sotto scacco dalle nostre emozioni e non siamo capaci di prenderci cura del nostro corpo, dovremmo fare molta fatica per migliorare.  

Ciò sta a significare che all’inizio il lavoro su di sé non ci piacerà, poiché il colui che vuole indurre se stesso ad un cambiamento non è ancora un Io disciplinato, centrato e perciò privo di forza di volontà o comunque dotato di un grado molto basso della stessa.

Immaginati un po’ come l’unico “io” all’interno di una moltitudine di “io”, ognuno che va per i fatti suoi, capisci che per riuscire a fare un vero cambiamento questo “io” deve essere ascoltato molto più degli altri, rendendo chiaro quanto sia importante che mantenga il controllo sforzandosi di lavorare su di sé. 

Questi sono gli sforzi di cui siamo più consapevoli, vale a dire quei cambiamenti che comprendiamo essere utili nella nostra vita e che bensi siano molto difficili da applicare, con una buona dose di volontà e costanza riusciamo a portarli a termine. Possiamo identificare in questo gruppo le dipendenze, le brutte abitudini, le forme pensiero, le identificazioni e le credenze più riconoscibili. Questo tipo di fatica ci porta a diventare degli individui più centrati, capaci anche di avere un buon successo materiale. 

Ma come sappiamo il solo successo materiale non ci rende felici. Sebbene siamo materialmente vincenti, potremmo continuare a soffrire di depressione. Questo succede, evidentemente, perché abbiamo un punto di vista sbagliato sulle circostanze della vita. Essendo inconsapevoli del reale significato di questi avvenimenti, cerchiamo di resistergli, provocando in noi emozioni negative, preoccupazioni, ansie e paura, questo non fa altro che complicare il lavoro su di sé.  

Per esempio, sei al supermercato e vedi la tua ragazza parlare con un altro, alla parte cosciente questo apparirà come un tradimento, quando in realtà vuol dire lavorare sulla propria gelosia. Oppure il nostro capo a lavoro ci dice che non valiamo niente. Per la parte cosciente questo apparirà come un insulto o una mancanza di rispetto, quando in realtà vuol dire lavorare sulla propria autostima. O ancora, lavoriamo ad un articolo come questo che leggi per poi dover rifare tutto per la chiusura improvvisa del software. Certo la mente cosciente vorrebbe ridurre il computer in polvere, quando in realtà tutto questo vuol dire lavorare sulla propria impazienza. 

Lavorare su di sé vuol dire accorgersi che tutto ciò che ci appare più difficile, meno appetitoso e dal quale vogliamo stare lontani, è in realtà il primo luogo dal quale dobbiamo partire per lavorare su noi stessi efficacemente. 

Ma cosa ci confonde? Beh ci confonde il fatto che, colui che avverte queste cose come vere e proprie ingiustizie che gli succedono e anche colui che, comprendendo la sua implicazione nel verificarsi di tali avvenimenti deve sforzarsi di disidentificarsi da questi suoi stessi pensieri, prendendo consapevolezza del valore profondo degli avvenimenti apparentemente negativi che si verificano nella sua vita. 

Ci deve quindi essere una scissione tra colui che è identificato con l’apparenza e la consapevolezza che gli sta dietro. Quella sensazione di comprensione profonda che tutto è come deve essere. Così ancora una volta comprendiamo quanto la consapevolezza che sia di se stessi fa ccia la vera differenza. Con l’aumento della comprensione profonda che abbiamo di noi stessi diminuisce la fatica che proveremo nell’affrontare qualunque situazione nella vita. Aumentando allo stesso tempo la gioia di vivere.  Qualunque avvenimento difficile stai affrontando nella tua vita, per quanto possa apparirti brutto, ingiusto e logicamente negativo, ricorda che nel profondo di te si tratta di un lavoro molto importante che si verifica per fare di te una persona più consapevole e perciò più felice. 

Il vero sforzo è quello che applichiamo ogni giorno per rimanere aggrappati alla nostra personalità, in realtà non c’è niente da raggiungere, c’è solo da smettere di resistere. 

Quali strumenti? 

Nella mia pratica clinica come Mental coach ho la possibilità di integrare gli strumenti del Coaching, della Psicologia e della Psicoterapia. In particolare utilizzo il protocollo EMDR Performance Enhancement Psychology Protocol (EMDR-PEP) che affronta l’ansia da prestazione, le credenze autodistruttive, l’inibizione comportamentale, lo stress post-traumatico e il recupero psicologico causato da un infortunio per imprenditori creativi e performativi, persone sul posto di lavoro e atleti in genere. L’EMDR-PEP può essere molto utile con disturbi quotidiani non patologici come la procrastinazione, la paura del fallimento, le battute d’arresto e le transizioni di vita.

L’EMDR-PEP comprende un punto di vista ampio, a tutto campo, sul funzionamento ottimale nel lavoro e nella vita della persona. Questa prospettiva ispira i clienti a identificare i loro punti di forza che verranno rinforzati, così come le aree da migliorare. La riduzione dell’ansia e l’aumento della fiducia in se stessi sono punti centrali del lavoro clinico anche attraverso l’installazione delle risorse e delle competenze che coinvolgono le persone in un lavoro completo che contempla sia la riduzione dei blocchi nel raggiungimento della performance ideale che la sottolineatura delle competenze già possedute dalle persone con le quali ci troviamo a lavorare.

I contesti principali all’interno dei quali questo protocollo viene utilizzato sono: il mondo del lavoro e quello dello sport.

 

Dr. Antonello Melis
Psicologo • Psicoterapeuta
Cagliari

Tel. + 39 320 2691668

info@antonellomelis.it

I serial killer dei neuroni

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I serial killer dei neuroni

Ognuno di noi a 171miliardi di cellule celebrali, 86 miliardi delle quali sono neuroni che elaborano informazioni avvertono gli stimoli e costituiscono l’individuo. Ma ci sono cose nella vita di tutti i giorni che contribuiscono alla riduzione di questo numero. Cosa uccide le nostre cellule celebrali? Prima si pensava che il nostro cervello non potesse produrre nuovi neuroni, sebbene i neuroni siano un tipo di cellule stazionario e cioè che non si moltiplica, oggi sappiamo che i nuovi neuroni vengono prodotti dalle cellule staminali neurali nel corso di tutta la nostra vita. Ma questo accade solo in due aree del nostro cervello, principalmente in due piccole regioni del lobo frontale. Quindi, sebbene possiamo produrre nuovi neuroni, la morte delle cellule celebrali in grandi quantità può essere pericolosa e irreversibile. Per esempio, nel giro di 5 minuti dopo aver ricevuto un colpo alla testa i canali degli assoni si restringono e la concentrazione degli ioni di calcio aumenta con conseguente stimolazione di nuovi percorsi ed enzimi che possono conseguentemente portare la morte cellulare.

Questo spiega lo stato confusionale, la perdita di coscienza e la maggiore sensibilità al suono o alla luce. Tutti sintomi piuttosto comuni in caso di commozione celebrale.

Sebbene il cervello possa reagire ad una privazione del sonno per un breve periodo, uno studio del 2014 afferma che privarsi del sonno per troppo tempo potrebbe uccidere le cellule cerebrali nel cosiddetto punto blu (Locus coeruleus). Questa è una regione del cervello deputata a coordinare, l’attenzione, la motivazione e l’eccitazione sessuale e privarsi del sonno per un periodo prolungato ci rende incapaci di produrre alcune proteine necessarie a mantenere in vita questi neuroni.

Inoltre non bisognerebbe stressarsi, lo stress cronico provoca danni all’ ippocampo e riduce la capacità di produrre nuovi neuroni, motivo per il quale troppo stress può provocare diverse malattie mentali come depressione, ansia, disturbo de stress post traumatico e schizofrenia.

Anche la nicotina danneggia l’ippocampo, riducendo la produzione di nuovi neuroni del 50% e contestualmente incrementa il tasso di morte cellulare.

Ti piace l’odore di benzina o degli evidenziatori, sebbene non causino danni cerebrali in modo diretto, alcuni prodotti chimici in esso contenuti sono asfissianti nel senso che bruciano l’ossigeno presente nell’area che respiri, privando di esso i tessuti e uccidendo le cellule cerebrali.

Il monossido di carbonio, rilasciato da stufe, automobili, fa lo stesso. L’ emoglobina che normalmente trasporta ossigeno negli organi principali come il cervello e il cuore viene occupata dal monossido di carbonio soffocando le cellule.

E per quanto riguarda l’alcool? Sembra che la sua assunzione per poco tempo non uccida le cellule cerebrali ma, può disturbare la comunicazione tra loro e per un periodo prolungato il consumo di alcool può attivare le cellule immunitarie del cervello che liberano sostanze chimiche pro- infiammatorie e radicali liberi che possono portare alla morte cellulare. Gli alcolisti possono anche soffrire di una carenza di vitamina B la cosi detta sindrome di Wernicke-Korsakoff che può uccidere le cellule cerebrali e arrecare problemi di memoria, amnesia e mancanza di coordinazione muscolare. Smettere di bere quindi può essere il miglior modo per favorire la crescita delle cellule staminali neurali e altri neurotrasmettitori. Ma non importa quanto sia la nostra paura di perdere le cellule cerebrali, potremmo non poterci fare nulla. Il nostro cervello riduce il suo volume del 5% per decennio dopo i 40 anni con il tasso che aumenta dopo i 70 anni. La perdita di memoria e il sintomo più diffuso che fa parte del normale processo di invecchiamento.

Morale della favola a fine giornata non è che dobbiamo preoccuparci di quante cellule abbiamo perso, poiché perderle non significa che c’è qualcosa che non va. Durante la crescita produciamo molti più neuroni del necessario e le cellule cerebrali devono morire per mantenere la complessa organizzazione del cervello. Le ricerche condotte sui ratti suggeriscono che perdiamo i neuroni nella nostra corteccia prefrontale per far si che essa si possa riorganizzare durante e dopo la pubertà. Avere più neuroni non necessariamente rende una persona migliore o più intelligente e certe volte la morte cellulare rende la vita più sana.

 

Dr. Antonello Melis
Psicologo • Psicoterapeuta
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L’impatto psicologico della pandemia in Italia

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Se le evidenze degli studi attuati in Cina sugli effetti psicologici della quarantena nella popolazione generale e sull’ impatto psicologico della pandemia COVID-19 nella popolazione degli operatori sanitari, possono averci consentito un vantaggio cronologico nella comprensione del fenomeno, è anche vero che ciascun Paese ha vissuto effetti psicologici diversi in virtù dei diversi livelli di esposizione al virus e dell’integrazione, diversamente realizzata, di più livelli di intervento nell’ambito delle attività di risposta alla pandemia.

In Italia i cambiamenti radicali nella quotidianità, il lockdown, i bollettini quotidiani dei conteggi e dei decessi, le testimonianze di operatori sanitari, di sopravvissuti alla malattia e alla morte dei loro cari avvenuta nel più totale isolamento dagli affetti dei familiari, cosi come l’isolamento degli operatori rispetto ai loro figli, sono solo alcuni dei molti aspetti che nel primo periodo del 2020 hanno sconvolto la vita di tantissime persone.

Le emozioni che si sono susseguite sono state molte e osservabili con intensità diversa in relazione al livello di esposizione al virus e alla fase che il proprio territorio andava attraversando.

La paura è stata l’emozione più diffusa nella popolazione. La paura è infatti un emozione primaria ed è fondamentale per la nostra sopravvivenza, ma quello a cui si è assistito è stato un eccesso di paura, che spesso degenerava in scene di panico collettivo come gli assalti ai supermercati o le partenze a seguito della chiusura dei confini Regionali.

All’ estremo opposto c’è stata la sottovalutazione del rischio, come di fronte ad un nemico invisibile, alimentata de meccanismi difensivi quali la negazione, (“si tratta di una semplice influenza”) o addirittura il diniego della realtà (“non è vero che esiste il COVID”). In alcuni casi, l’ evitamento post traumatico ha comportato un deficit di auto ed etero- protezione importante, come ad esempio il ritardo nel dichiarare i sintomi e il continuare a recarsi sul posto di lavoro con il rischio di contagiare molte persone.

Emozioni come la rabbia e l’impotenza hanno accompagnato il modo in cui ciascuno di noi andava dispiegando dentro di sé il processo di significazione di ciò che stava accadendo. Qualcuno ha cercato di identificare un colpevole per cercare di nuovo di percepire un livello minimo di controllo, contribuendo di fatto ad innalzare lo stigma. E poi la tristezza soprattutto per i tanti lutti senza commiato.

Infine, si aggiunge il senso di colpa nelle sue diverse declinazioni; la colpa per essere sopravvissuti; la colpa per non riuscire a guardare negli occhi un vicino di casa che magari aveva perso un caro per Covid-19; la colpa per essere stati veicoli di contagio e talvolta di morte per un proprio caro. Negli operatori sanitari e nei soccorritori è stato intenso, soprattutto inizialmente, il senso di colpa legato all’essere potenziali veicoli di contagio per i propri figli, per la propria famiglia, per i colleghi e per i pazienti. Purtroppo la realtà delle cose ha confermato, in numerosi casi, il vissuti degli operatori.

Con specifico riferimento al tema del contagio e del rischio suicidio, durante la pandemia Covid-19 lo scrittore Badiusco, originario di Shangai ma emigrato in Australia, nel suo “Diario di Wuhan” ha raccontato varie storie tra le quali anche quello di un suicidio avvenuto a Wuhan di un uomo risultato positivo al tampone che, non trovando posto in ospedale, avrebbe deciso di impiccarsi con una corda a un ponte per paura di tornare a casa e infettare la famiglia.

Dr. Antonello Melis
Psicologo • Psicoterapeuta
Cagliari

Tel. + 39 320 2691668

info@antonellomelis.it

 

 

I disturbi sessuali maschili

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La disfunzione erettile

L’incidenza delle disfunzioni sessuali maschili è certamente in fase di crescita. Tale aumento potrebbe trovare giustificazioni nelle condizioni ambientali, come l’aumentata tossicità delle sostanze contenute nell’aria che inspiriamo, soprattutto nelle aree metropolitane, ma anche da cause intrinseche alle abitudini della vita moderna. Ad esempio sono sempre più numerosi gli studi clinici sull’incidenza dello stress nei pazienti con disfunzioni elettive. Le disfunzioni sessuali maschili, secondo il DSM-5, sono distinte in disturbo del desiderio sessuale ipoattivo, dell’erezione, e disordini dell’eiaculazione (precoce o ritardata)

Disfunzione Erettile

La disfunzione erettile è un disagio molto comune che influenza in vario modo la vita dei soggetti che ne soffrono agisce negativamente sulle relazioni sociali e in generale sulla qualità della vita, provocando spesso depressione, ansia e perdita di autostima. Questo tipo di disturbo si manifesta con l’incapacità di raggiungere o di mantenere un adeguata erezione necessaria alla penetrazione e al compimento dell’atto sessuale. Prima di trattare le cause psichiche della disfunzione erettile occorre escludere che non sia dovuta esclusivamente agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (farmaci inclusi) o di una condizione medica generale. Gli studi epidemiologici hanno evidenziato la presenza di vari fattori psicosociali coinvolti nei disturbi erettivi, come gli stati depressivi, una bassa autostima, l’ansia e lo stress. L’eziologia dei disturbi erettivi esclusivamente psicogeni può essere comunque riscontrata nel 40% dei casi di disturbo dell’ erezione.

Anche il livello di stress, la presenza di sintomi depressivi e, più in generale un cattivo stato di salute mentale possono influire negativamente sulla risposta erettile. Sul piano dei fattori prettamente fisiologici possono invece incidere le disfunzioni cardio-circolatorie, il diabete mellito, alti livelli di colesterolo, un insufficienza renale, patologie di origine neurologica endocrinologia e l’HIV/AIDS. Quando nell’insorgere dei disturbi erettili possono essere escluse malattie cardiovascolari, malattia alla prostata, diabete, ulcera, depressione o problemi ormonali, è stata rilevata la presenza dei fattori legati all’ età e al fumo o a problemi gravi o moderati alla vescica. Le novità farmacologiche commercializzate negli ultimi anni per la terapia della disfunzione erettile hanno spinto molti uomini verso la prescrizione della “pillola miracolosa”, ma il tasso di abbandono del farmaco e il bisogno di molti pazienti di avere chiarimenti ha evidenziato la necessità di continuare ad aiutare gli uomini e le coppie a riappropriarsi della vita sessuale attraverso un percorso psicosessuologico e farmacologico integrato, dove poter indagare sui significati più profondi e simbolici della sessualità maschile, sulle dinamiche della relazione di coppia, reale o immaginaria, sulla soddisfazione sessuale in senso più ampio. In questa prospettiva i sintomi e i fenomeni patologici vengono indagati in modo complementare da un punto di vista psicologico e fisiologico.

La clinica ha da sempre sottolineato che l’eziologia dell’ disturbo erettile può essere dovuta a fattori psicologici, quando si individua negli elementi psichici un fattore primario dell’ insorgenza e del mantenimento del sintomo, sviluppo del soggetto durante l’infanzia e l’adolescenza. Questo tipo di disturbo può essere determinato da cause immediate o situazionali, come ansia da performance ed eventi della storia recente del soggetto, e da fattori che hanno riguardato lo sviluppo del soggetto durante l’infanzia e l’adolescenza.

Il disturbo erettile può essere dovuto a fattori combinati, quando si può ragionevolmente supporre che una condizione medica o l’abuso di sostanze abbiano potuto favorire l’emergere della disfunzione ma non sia possibile ritenerle come unica causa. Inoltre la disfunzione può essere dovuta ad una condizione medica generale qualora essa sia ritenuta sufficiente a giustificare l’insorgenza ed il mantenimento del disturbo. La disfunzione erettile può essere indotta dall’ uso di sostanze, quando le difficoltà siano riconducibili all’ uso di droghe o classi particolari di farmaci come gli antidepressivi, gli anti-ipertensivi o i neurolettici.

Disturbo erettile primario e secondario

Nel disturbo erettile primario, in genere più grave dal punto di vista prognostico, è necessario appurare se sono presenti episodi traumatici associati a un sistema psicologico immaturo o orientato negativamente, con presenza di false credenze relative all’atto sessuale. La disfunzione, in questo caso, sembrerebbe causata maggiormente dalle influenze ambientali.

Nel disturbo erettile secondario è necessario verificare le eventuali situazioni stressanti che potrebbero aver facilitato l’insorgere del sintomo: indagare con il paziente se vi siano stati episodi emotivamente forti, negativi, ma anche positivi, nell’anno precedente la manifestazione del disturbo, aiuta in genere ad evidenziare una o più tracce utili alla rielaborazione del sintomo. A volte la manifestazione di una mancata erezione, fisiologica nella vita di un uomo, può portare all’instaurarsi del meccanismo della profezia che si autodetermina. Il timore di un nuovo insuccesso crea un ansia da prestazione che di per sé inibisce la risposta sessuale successiva.

Nella formulazione della diagnosi è importante indagare i fattori causali relativi alla relazione. Considerando, infatti, che la disfunzione è un problema della coppia e non solo dell’uomo, occorre trattare, dove possibile, entrambi i partner. Quando l’ansia per la prestazione viene accresciuta dalla pressione del partner, diventa spesso la causa immediata del disturbo erettile, semplicemente perché è fisiologicamente impossibile per un uomo mantenere l’erezione quando, a causa dell’ansia, il suo organismo produce norandrenalina in quantità eccessiva.

 

Dr. Antonello Melis
Psicologo • Psicoterapeuta
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La dipendenza affettiva

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Sintomi della dipendenza affettiva: difficoltà ad attribuirsi il giusto valore, a stabilire confini efficaci, a riconoscere la propria identità, a riconoscere e a soddisfare i propri bisogni e desideri, ad avere un comportamento e delle relazioni sane.

Definiamo la dipendenza

Generalmente il concetto di dipendenza implica un rapporto di alienazione, di subordinazione di un oggetto a un altro, di una persona ad un altra o di un essere a una cosa. In caso di dipendenza siamo piuttosto lontani dalla libertà e agli antipodi dell’autonomia. Dipendenza significa tendenza ad assoggettarsi a qualcosa di esterno da noi, che arriva a prendere il controllo della nostra vita.

Questo ci precipita in una relazione malsana, in una forma d’impotenza verso l’oggetto di cui siamo dipendenti, che avrà il controllo su di noi. Che sia di tipo chimico o affettivo, la dipendenza esprime una carenza, un vuoto da colmare, uno squilibrio penoso e implica una dolorosa assuefazione.

L’aspetto interessante e che siamo noi ad accordare a quest’oggetto il potere che assume sulla nostra vita arrivando talvolta persino a sviluppare un rapporto nocivo. Questo pericoloso legame con l’oggetto della dipendenza è traditore e rischia di raggiungere picchi incresciosi per l’individuo che ne soffre.

La dipendenza è una discesa verso un paradiso artificiale, illusorio, nel quale sprofonda una persona vulnerabile che cerca al di fuori quello che non trova dentro di sé. Nel breve periodo l’oggetto della dipendenza è inebriante; si tratta di una fuga tra le più gradevoli, allo scopo di evitare un profondo vuoto interiore senza fondo, un dolore emotivo onnipresente.

Purtoppo per il dipendente il rimedio è peggiore del male che cerca di fuggire. La sua droga, sia questa l’alcol, un essere a cui si aggrappa alla follia, il gioco, il lavoro, il sesso o altro, non è sufficientemente durevole e permanente da offrirgli una fuga perpetua; la realtà si ripresenta cosi come la sofferenza lo segue come la peste.

Questo insaziabile desiderio di esistere per e attraverso un oggetto o un essere diverso da sé conduce a una perdita sempre maggiore della propria autonomia. Gli effetti collaterali diventano veri e propri problemi che si sommano all’angoscia e il circolo vizioso perdura fino alla prossima astinenza forzata o fino all’inevitabile soluzione: un percorso di guarigione.

Di fatto la persona che soffre di dipendenza affettiva, malgrado le ferite o le paure che cerca di fuggire, vuole la stessa cosa che vogliono tutti: un pò di felicità, di piacere, di pace.

Il problema che la dipendenza rappresenta una scorciatoia verso uno stato di benessere più o meno transitorio. Non fa stare meglio, ma aiuta a sentirsi meno male per l’istante di una fuga.

Compila il test sulla dipendenza affettiva e chiedi info sui percorsi di sostegno individuali e di gruppo.

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Dr. Antonello Melis
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